
Trieste da molto tempo è in vetta alla classifica di due tristi primati: il numero di famiglie composte da UN solo componente ed il numero di suicidi. Due aspetti spesso collegati tra loro: solitudine e morte. Vivere soli, morire soli. La morte cercata volontariamente da un suicida mette a nudo il problema stesso del senso della vita, che per alcuni è un dono e per altri un compito, un bene di consumo, che si usa e si può’ gettare a piacimento. Difficile da credere se si pensa al livello di qualità della vita che porta la nostra città ai vertici delle graduatorie nazionali (6° posto nel 2008). Una controversia logica che regola la surreale vita triestina. Negli ultimi dieci anni, seppur sia ancora da considerarsi grave la situazione, il fenomeno è andato visibilmente diminuendo; merito della prevenzione che dal 1996 è attiva sul territorio grazie soprattutto al Dipartimento di salute mentale. L’Istat rivela però che la nostra città è al 4° posto nazionale per numero di suicidi/ogni centomila abitanti. Il podio è composto da Vercelli (1°), Sondrio (2°) e Savona (3°). Inutile e triste dirlo, nel Friuli Venezia Giulia il capoluogo Giuliano non ha rivali: le altre provincie si attestano su valori equivalenti alla metà o poco via. Da rilevare inoltre come, nonostante Trieste abbia un indice di vecchiaia più alto sia rispetto a quello regionale sia a quello nazionale, il numero di suicidi è maggiore nella popolazione tra i 25 e i 44 anni. Dati alla mano c’è di che riflettere.

Vi presento Valentino. E’ colui il quale si può definire come l’eccezione che conferma la regola. Nel mio precedente post sui matematici, definiti non troppo attivi sessualmente da una recente ricerca americana, avevo sottolineato come a mio avviso esistesse di certo qualche eccezione ai nerds solo numeri, niente sesso e disco dance. Ebbene ecco a voi l’eccezione. Ieri avevo affermato di non conoscerne nessuna, limitandomi a pensare che esistessero, ma – mea culpa – mi sbagliavo. Ventotto anni all’anagrafe, triestino, compagno di classe di mio fratello Giorgio, conosco Valentino dai tempi del liceo. Con lui ho passato diversi inverni a sciare a Pecol e diverse serate danzanti con il DDR. Sebbene infatti non si possa definire un ballerino da pista (il suo movimento del corpo durante il ballo è forse più simile ad un uomo che tenta di togliersi un enorme ragno da sotto la camicia, LOL) è un mago del tappeto luccicante, il DDR. Fanatico della Dance Dance Revolution (DDR appunto), Valentino Tosatti (per gli amici Vale) allo scadere del conto alla rovescia che fa partire la musica ed apparire le frecce sullo schermo, parte a qualunque ritmo di gioco e non c’è flamenco o rock’n'roll che lo freni. Più frecce scorrono sul monitor più velocemente pigia a ritmo i tasti che si illuminano sulla pedana. Sfidarlo è un’impresa ardua per anche il miglior ballerino. Ci ha provato una studentessa del MIT. Il risultato è immaginabile: “The Humidifier” (letteralmente “l’umidificatore”), così è stato soprannominato Valentino dai giornali americani, ha stracciato sulle note di “We Are the Champions” dei Queen l’impavida concorrente. Vedere per credere. Oltre alla dance revolution, Valentino è un appassionato di sport: sci e bici in particolare. Laureato all’Università Normale di Pisa, svolge il dottorato di ricerca presso l’Harvard University. “Abile” anche con le donne – da quando lo conosco io è sempre stato fidanzato. Attualmente la sua compagna è una ragazza cinese. Come l’ha conosciuta? Imparando il cinese naturalmente. Oltre all’inglese, francese, tedesco, parla correttamente anche quello (e conose più di 500 idiogrammi!). La sua professione? Matematico naturalmente…

Dura la vita del matematico. Una vita dedicata ad una passione che spesso conduce ad una semi emarginazione involontaria dal resto della società. Il matematico “tipo”, infatti, passa gran parte delle sue giornate sui numeri o evoluzioni – a noi umani incomprensibili – di quest’ultimi e, raramente, viene immaginato come un abile sportivo o amante della disco. Non per questo, non esistono delle eccezioni. Io non ne conosco, ma mi piace pensare che esistano. Non puo’ essere che così. Di certo, nell’immaginario globale della gente lo stereotipo del matematico viene inserito nella categoria più lontana dal gentil sesso. La realtà, in questo caso, non è distante dalla fantasia. Il matematico è vergine. O meglio: l’83% dei matematici sono vergini. Più precisamente: l’83% dei matematici iscritti al Wellesley College sono ancora vergini. Una recente statistica americana svolta nel Maryland, nel college soprascritto, riporta infatti come oltre tre quarti degli iscritti alla facoltà di matematica risultino ancora illibati.
E’ altresì curioso vedere nel grafico come gli studenti di arte siano i più attivi, sessualmente parlando.
Qui sopra riporto la statistica raffigurante sull’asse verticale (lascio ai matematici la parola “ordinate”) la percentuale di verginità, mentre su quella orizzontale le facoltà presenti nell’ateneo. Di certo questi dati fanno sorridere ed oltre a non aumentare il livello di reputazione in termini di prestazione sessuale per chi studia matematica, sottolineano come in America persista un interesse, quasi un’ossessione, sui comportamenti sessuali dei giovani. Lascia comunque il tempo che trova il risultato di tale ricerca, se non altro per l’ambigua 5° posizione assegnata agli informatici! Ad ogni modo, se così fosse, si deduce che “la matematica rende ciechi”, lascio a voi immaginare il perché.
PS: Chimica e Biochimica viaggiano in parallelo ma paiono meno “nerds” …
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